[...] e tutto questo per non risolvere le cose, vedersi ogni volta ricorrere ai metodi di sempre. Che a dirla tutta, i potenti e i manovratori li puoi eliminare solo con un'accurata apologia del terrorismo e un adeguato seguito, o no?
E così ci sono le congetture. A studiare storia mi era parso proprio nitido, ogni cosa piegata all'evidenza del fatto che senza bagni di sangue difficilmente gli occupanti abbandonano le poltrone, difficilmente si cambia strada. Comincia forse così, con qualcuno che finisce in carcere e qualcuno invece morto ammazzato, sprangato, manganellato, crivellato da un commando. Altri si indignano, si agitano. In realtà non si sa come comincia, magari non comincia niente ed è solo un'illusione: la democrazia dell'alternanza che prende nuove strade circolari, fa qualche metro e tutto si riassesta.
Lo stato ingessato, immutabile fino al prossimo rivolgimento. Lo stato che cambia solo con e per la guerra, impotente di fronte al passo delle innovazioni delle reti di pensiero. Lo stato casta e lo stato massa, incapaci di comunicare o senza nulla da aggiungere, entrambi inutili eppure essenziali l'uno all'altro. Lo stato e gli uomini di stato che nascono crescono e invecchiano nelle istituzioni soppiantandole.
I fatti, poi. La lotta armata sognata e mai realizzata - affidata e delegata a un branco di idioti incapaci e senza cervello, o di collusi cinici - che non riesce a far fuori più di tre o quattro personaggi a decade. Per farne fuori uno si fanno arrestare in venti e tirano avanti in regime di carcere duro. Magari per aver sparato a un povero cristo giusto perché sono più terrorizzati loro di noi. Ma lo sanno o no che esiste il C4, i fucili di precisione? Lo sanno o no che per ogni palco c'è un terrazzo in traiettoria?
E così c'è lo stato incapace di farsi anche solo accettare, i terroristi incapaci di colpire altro che qualche isolato boiardo di stato per chissà quale sgarro, o peggio una manciata di cittadini tanto per dire ehi, ci siamo anche noi. C'è ovunque questo clamore, forti espressioni di dissociazione e sdegno unanime, condanne a dito levato e solidarietà senza se e senza ma, senza senso, passamontagna neri sotto ai caschi e pugni alzati dietro a passamontagna neri. Ci sono bilanci che non quadrano in nessun modo, folle di buttafuori allevati per far incontrare in sicurezza ometti grigi con sorrisi da pescecane, tutti denti e i vetri scuri per un'accoglienza alla Mick Jagger. Certi comuni mortali illuminati si limitano a usare skype, il telefono, il tavolo da quattro di un bar. E meno male che i potenti sono solo in 8.
C'è poi la triste realtà del tizio che fa campagna elettorale in elicottero. "La vostra è una splendida città, l'ho sempre amata". Parcheggia il velivolo giusto sotto le mura medievali, interdette al traffico già da due decadi più un lustro e ora parco per cani, vecchi, bambini e barboni.
Sono un tutt'uno da secoli: i cittadini, le mura, la città. La città. Peccato per quel certo sindaco uscente, aggiunge qualche malelingua, che se n'è venduta mezza alla Polis. Urla verso il politicante dalla piazza, a viva voce e represse da un ritornello, di quelle canzonette come la ascoltava il babbo sulle cassette proibite, l'underground del fascismo anni sessanta. Prova a venire in macchina e a parcheggiare per qualche ora, stupido d'un uomo, urla il dissidente dal centro della piazza, ormai colma di bandierine sventolate dai sostenitori giunti dai reparti geriatrici e dalle case di riposo di mezza regione. Prova a farti un po' di circonvallazione a piedi, con quelle zampette, e vedi come finisci conciato tra una rotondina e l'altra.
C'è, prima di concludere, un popolo di reclusi egoisti, inermi e bipolari, non violenti a ogni costo quando l'avversario è anche solo un pelo più forte. Piuttosto stupidi, disorganizzati e disarmati.
La radice del male, i miei fottuti compagni di cella. [...]
(da "Impressioni di un carcerato")
martedì 26 giugno 2007
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